L’Abbazia di Montecassino dopo il bombardamento anglo-americano (15 febbraio 1944)

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Scatto aereo dei resti dell’Abbazia di Montecassino dopo il bombardamento del 15 Febbraio 1944.

15 Febbraio 1944. È una mattinata fredda ma limpida e serena.

L’Abbazia di Montecassino si staglia nell’azzurro del cielo, sovrastando la cittadina di Cassino e la valle del Liri. Nessuno immagina che uno dei luoghi più sacri della cristianità, scrigno di tesori artistici e di preziose opere d’arte e documentali sia già stata condannata a morte.

Il generale sir Bernard Freyberg, comandante del corpo d’armata neozelandese, è convinto di riuscire ad accerchiare i reparti tedeschi, composti dalla 15a Panzergrenadier-Division, appoggiata dal grosso dell’artiglieria del XIV Panzerkorps, forte di 180 cannoni, un consistente numero di carri lanciarazzi Nebelwerfer e una sessantina di carri armati Panther e Tigre, tramite una manovra a tenaglia condotta a nord dalla divisione indiana, con l’obiettivo di occupare il colle dov’era situata l’abbazia, a sud dai neozelandesi, diretti verso l’abitato di Cassino. L’offensiva avrebbe dovuto scalzare i reparti germanici, per poi proseguire nella rincorsa verso Anzio e Nettuno, dove il contingente guidato dal generale americano Lucas era ancora inchiodato sulla spiaggia.

Per portare a termine questo piano il generale neozelandese pretende la distruzione del monastero all’interno del quale, secondo lo stesso Freyberg, i tedeschi hanno installato un osservatorio di artiglieria costituito da canoni di grosso calibro.
La realtà è ben diversa. I tedeschi, per proteggere il venerabile edificio, avevano sin dall’inizio dichiarato “zona neutrale” una fascia di trecento metri intorno ad esso e avevano ordinato che non vi entrasse nessuna delle loro truppe. Oltre a questo, per merito dell’allora arciabate Gregorio Diamare, e del colonnello Julius Schlegel della Divisione corazzata “Hermann Göring”, l’archivio ed i più preziosi documenti bibliografici erano già stati posti in salvo.

Il comandante tedesco del fronte di Cassino, generale Frido von Senger und Etterlin, cattolico devoto e per giunta terziario benedettino, aveva già cercato durante le settimane precedenti di convincere l’ottantaduenne abate ed i monaci ad abbandonare il monastero, in previsione di un possibile attacco. I religiosi avevano rifiutato nonostante von Senger, una volta fiutato il concreto rischio, avesse messo a disposizione i mezzi di trasporto per evacuare quanti si trovavano ancora nel monastero. L’abate e alcuni monaci non vollero però abbandonarlo e restarono all’interno della cripta.

La mattina del 15 febbraio, dopo un rapido consulto con i generali al fronte, sir Henry Maitland Wilson, comandante in capo delle truppe Alleate nel Mediterraneo, mise a disposizione le forze aeree per l’operazione. Il Generale Mark Wayne Clark dette il criminale ordine. Il monastero viveva i suoi ultimi momenti.

Dagli aeroporti di Napoli e Foggia decollarono attorno alle 9,00 gli aerei alleati. Alle ore 9.45 gli angloamericani scatenarono l’inferno: 142 quadrimotori B17 lanciarono su Montecassino e sulla città sottostante 450 tonnellate di bombe esplosive ed incendiarie da alta quota. Una seconda ondata di altri 118 B17 colpì ancora il monastero e rase al suolo la già martoriata Cassino. Altri attacchi, condotti da bimotori B25, B26 e A36, che sganciarono gli ordigni da un’altezza più bassa, inflissero il colpo finale. In totale, gli apparecchi impiegati per uno dei gesti più vergognosi e criminali della storia verso uno dei simboli della civiltà italiana ed europea furono 776.

Alle 13.30 è tutto finito. Quella mattina il tremendo bombardamento a tappeto degli alleati uccise centinaia di civili innocenti, rifugiatisi nel monastero con la convinzione di trovarvi un riparo sicuro dalla furia dei combattimenti.
Il monastero non esisteva più, e con lui crollarono tutte le restrizioni e le convenzioni di guerra. Ora su Montecassino poteva scendere la guerra totale.

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